Goldman Sachs spiega perché mentre la Spagna si è ripresa l’Italia è caduta in recessione. Ruolo chiave del maggior beneficio tratto dalle politiche della BCE. Riforma del lavoro importante ma con effetti non immediati.
Un interessante rapporto del team degli analisti europei di Goldman Sachs, pubblicato a inizio settembre - con le firme di Andrew Benito e del giovane italiano Lorenzo Pessina - con il titolo “Italy versus Spain - Mind the gap” illustra i motivi per cui, a un anno dall’uscita dalle crisi nell’Eurozona, mentre la Spagna è ripartita, Italia vi è sprofondata nella recessione.
La chiave è da trovare nella combinazione tra il maggior effetto avuto in Spagna delle politiche monetarie della Banca Centrale Europea e delle riforme adottate dallo Stato con particolare riferimento a quelle del sistema bancario e del mercato del lavoro, che hanno consentito maggiore mobilità dei fattori produttivi quali appunto, il lavoro e i capitali.
Grazie alla ristrutturazione del sistema finanziario spagnolo, secondo la banca d’affari di cui Draghi è stato vicepresidente per l’Europa dal 2002 al 2005, si sarebbe verificata una effettiva trasmissione delle misure espansive dell’Eurotower all’economia reale sin da metà del 2012 mentre in Italia ciò sarebbe ritardato dalla tuttora in corso processo di rafforzamento delle banche più deboli, per cui gli stress test dovrebbero concludersi solo a metà ottobre.
Il ruolo delle riforme, con particolare riferimento a quella del mercato del lavoro, è visto dagli analisti come importante, nel medio termine, ma non determinante nell’uscita dalla crisi facendosi notare come la ripresa dell’export spagnolo, a metà 2012, abbia preceduto l’adozione della nuova legislazione lavoristica nel luglio dello stesso anno. Viene tuttavia osservato come, benché le riforme richiedano tempo per spiegare i propri effetti, il ritardo nella loro adozione non possa che approfondire ulteriormente l’abisso che separa l’Italia dalla Spagna.
Sarebbero infatti necessari 3 anni perché la riforma si ripercuota sul PIL, anche se i primi risultati apparirebbero già a distanza di 2 anni. Il crollo della domanda interna causato dalla crisi, più accentuato in Spagna rispetto all’Italia, avrebbe spinto le imprese spagnole a buttarsi sull’export, ciò che avrebbe contribuito alla ripresa.
I maggiori benefici delle politiche della BCE registrati sul Paese iberico sono peraltro dovuti all’aspetto strutturale delle misure adottate da Francoforte, rivolte principalmente al settore privato – all’origine della crisi spagnola con particolare riferimento al crollo di quello immobiliare – piuttosto che a quello pubblico, che è invece il fondamentale fattore di debolezza del Belpaese.
Quanto alle politiche fiscali, restrittive in entrambe i Paesi durante la crisi e ora in via di allentamento, gli analisti sono propensi ad attribuire loro un effetto neutro, che non altera il gap tra Italia e Spagna, avendo prodotto sulle due sponde del Mediterraneo effetti simili e non avendo quindi contribuito alla recessione dell’una ed alla ripresa dell’altra.
Viene peraltro osservato come anche l’alleggerimento fiscale (leggasi 80 euro) non accompagnato da riforme strutturali sia ininfluente sulla crescita poiché, in un contesto di incertezza, la maggiore disponibilità di reddito venga destinata al risparmio piuttosto che alla spesa….
A.L.