Anche i laureati spagnoli dovranno superare un esame per diventare avvocati. I candidati sono un centesimo rispetto ai 33.000 che si sono presentati in Italia nel 2012.
A otto anni dall’approvazione della legge di riforma dell’accesso all’avvocatura (la n. 34 del 2006) e a tre dalla sua entrata in vigore, il primo esame di Stato per l’abilitazione forense in Spagna è stato fissato per il 28 giugno prossimo con provvedimento del Ministero della Giustizia n. 5915 del 3 giugno scorso pubblicato nel BOE (Bollettino Ufficiale dello Stato) del 5 giugno.
Unica sessione nazionale e unica prova – un quiz – si terranno presso l’Università Complutense di Madrid, che ospiterà un ristretto drappello di 339 candidati: ben altri numeri rispetto ai 33.523 aspiranti avvocati che si sono presentati all’esame in Italia nella sessione 2012/13, distribuiti tra 26 corti d’appello.
Come numero di candidati la Spagna si piazzerebbe quindi virtualmente tra il Molise e la Basilicata essendo stati, nel 2012, 295 a Campobasso e 370 a Potenza. Tuttavia, per effetto della norma transitoria che consentiva a coloro che si fossero laureati prima dell’entrata in vigore della legge (30 ottobre 2011) di iscriversi, entro il 31 ottobre 2013, all’albo senza dover sostenere l’esame il numero degli avvocati spagnoli ha subito un’impennata tale da raggiungere quasi quello – da molti ritenuto abnorme – dei 250.000 legali italiani.
Infatti, se nel 2010 gli iscritti agli ordini spagnoli erano 168.195, al 31 ottobre 2013 il numero era salito a 232.953, con un incremento del 38,5%, pari a 64.758 unità, in soli tre anni!
Nel 2013, la palma del maggior incremento rispetto all’anno precedente l’ha strappato la circoscrizione cordobesa di Lucena con un +2.110%, passando da 176 a 3.891 iscritti mentre a Barcellona è stato del 134% (da 995 a 2.328) e a Madrid solo, per così dire, del 25% (da 55.000 a 70.000 iscritti).
A tale boom avrebbero dato il loro contributo anche i laureati italiani e polacchi, che non si sono lasciati sfuggire l’ultimo treno verso l’acquisizione del titolo professionale senza necessità di sostenere l’esame nei rispettivi Paesi.
Un quiz di 75 domande con quattro ore a disposizione e con una valutazione finale espressa in termini di idoneità o meno può fare tanta paura?
Per capire la causa della valanga di iscrizioni evita-esame va però tenuto anche conto del fatto che l’accesso a questo è subordinato alla previa frequentazione di un master, comprensivo dello svolgimento della pratica legale, della durata di un anno e mezzo (pari a 90 crediti) per un costo minimo di circa 3.000 euro, nelle università pubbliche, ai 30.000 dei centri privati come la prestigiosa università di Navarra.
Con un provvedimento del marzo scorso, il Real Decreto n. 150 del 2014, il peso della valutazione ottenuta in esito al master sul risultato finale è stata elevata dal 20% al 30% e la prova d’esame è stata trasformata in un’unico quiz – teorico e pratico – eliminando così la risoluzione di un caso pratico che, nella prima versione del regolamento contenuto nel Real Decreto 775 del 2011, si sommava al test.
Lo svolgimento dell’esame se, da un lato, consentirà a coloro che, laureati dopo il 31 ottobre 2011, si erano trovati in una sorta di limbo, reso plasticamente nell’espressione di “avvocati senza toga”, di potersi avvalere dell’ultimo tassello verso l’esercizio della professione, non basterà probabilmente a mettere a tacere altre polemiche, come quella relativa alla presunta discriminazione tra “licenciados” ovvero i “laureati vecchio ordinamento” e i “graduados”, cioè coloro che hanno ottenuto il titolo sulla base della riforma dell’ordinamento universitario del 2009.
I “licenciados” avendo seguito un corso di durata quinquennale, ritengono infatti ingiusto dover frequentare, al pari dei “graduados”, che si laureano invece solo dopo 4 anni, il master propedeutico all’esame.
La questione dovrebbe tuttavia esaurirsi nei prossimi anni, considerato che gli ultimi “laureati vecchio ordinamento” verranno sfornati nel 2015.
A.L.














