Sciopero dei taxi a Madrid contro l’app californiana di trasporto urbano alternativo.
Salvo Barcellona, Uber non è ancora arrivata nelle altre città spagnole e, in particolare, nella Capitale, che è già sciopero di 24 ore, dalle 6 del mattino dell’11 giugno sino alla stessa ora del giorno seguente, unendosi così i tassisti spagnoli alla protesta indetta a livello europeo.
Faceva strano vedere Madrid senza i suoi oltre 16.000 taxi e scoprire che, almeno in centro, sono questi, e non i mezzi privati, a congestionare il traffico, data la fluidità della circolazione che si poteva constatare in loro assenza.
E il Governo, dopo avere inizialmente nicchiato, aveva provato a prevenire lo sciopero a due giorni dalla data fissata per il suo svolgimento, annunciando con un comunicato del Ministero delle Infrastrutture, guidato da Ana Pastor, che la legislazione in vigore, risalente al 1987, prevede sanzioni non solo per i conducenti – fino a 6.000 euro e addirittura 18.000 in caso di recidiva – ma anche per i clienti (fino a 600 euro).
Sanzioni nei confronti di Uber che il Governo catalano, dal canto suo, si è detto pronto ad applicare unitamente al sequestro del veicolo che presti il servizio non autorizzato.
Tutto ciò a fronte di un servizio che in Spagna pare configurarsi in modo diverso rispetto a quello attualmente in voga in Italia, dove Uber si presenta principalmente come un noleggio con conducente tramite app.
La versione contro cui si scagliano i taxisti spagnoli è invece una via di mezzo tra questa e quella denominata Uberpop, consistendo in una sorta di ride-sharing in cui qualsiasi privato può “dare un passaggio” a pagamento, ottenendo un guadagno sulla base di una tariffa fissa, di cui il 20% va ad Uber. Ed è proprio lo scopo di lucro, in assenza di debite autorizzazioni, patente professionale e pagamento di tasse e contributi che i tassisti contestano ad Uber, lamentando il contrasto della sua attività con la normativa vigente.
La possibilità di guadagno differenzia il servizio offerto dalla compagnia californiana da quello promosso tramite la rete sociale Blablacar sui tragitti interurbani, che in Spagna sta conoscendo un vero e proprio boom. In questo caso, infatti, è vietato al conducente ottenere profitto dal trasporto di passeggeri cui può essere solo chiesto di partecipare alle spese sulla base di parametri fissati dal sito.
Il successo è stato tale che le imprese di trasporto tramite bus avrebbero attribuito proprio a Blablacar il calo del 14% registrato nel primo trimestre di quest’anno.
Ma, in questo caso, la replica, dagli effetti disarmanti, era già bella che pronta poiché i francesi hanno, con una propria nota rilasciata a seguito del comunicato del Ministero di Ana Pastor, ricordato di aver sottoscritto nel 2011, quando al Governo c’era Zapatero, un “accordo di collaborazione con il Ministero dell’Industria, Telecomunicazioni e Commercio per incentivare le buone pratiche del car sharing contribuendo così alla riduzione di emissioni di CO2 nonché all’efficienza energetica”.
Red.














