Il 2 aprile scorso, il Teatro Real di Madrid ha aperto gratuitamente le porte al pubblico per rendere omaggio al suo ex sovrintentente, il belga Gérard Mortier, scomparso dopo breve malattia il 9 marzo.
Nominato nel 2010, aveva guidato in precedenza, tra gli altri, il Festival di Salisburgo (dal ’91 al 2001) e l’Opera di Parigi (dal 2004 al 2009). Il suo incarico a Madrid sarebbe dovuto scadere nel 2016 ma, lo scorso settembre, con il pretesto dell’assenza per malattia, il consiglio di amministrazione del Teatro lo aveva sostituito con il già direttore del Liceu di Barcellona, il catalano Joan Matabosch.
Dietro al “colpo di mano” incassato con la consueta signorilità, l’insofferenza del conservatorismo nei confronti dell’innovatore dell’opera che ha reso questo genere, a rischio di irrimediabile anacronismo, stupefacentemente attuale.
E il giorno dell’evento di addio è stato fedele specchio di una tale realtà. Salvo il Presidente del consiglio di amministrazione del Teatro, Gregorio Marañon (nipote del celebre medico e intellettuale spagnolo), poche autorità e scarso pubblico abituale ma tanti giovani e gente comune che hanno così plasticamente decretato il successo del tentativo di Mortier di rendere l’opera di nuovo popolare.
Una celebrazione, per dirla con un eufemismo, senza fronzoli, e con il palco reale deserto, inserita nell’appuntamento già programmato per la presentazione del Lohengrin, che non ha potuto non fare emergere il contrasto tra la dirompente innovatività dell’intellettuale belga e l’incomprensione dell’establishment madrileno.
Basterebbe la settecentesca Alceste di Gluck, andata in scena a metà marzo, che si apre con un video in cui la protagonista viene intervistata nelle vesti di un‘intuibile principessa Diana e in cui l’Averno è rappresentato da una moderna morgue per rendersi conto dell’efficacia modernizzatrice e dell’enorme coraggio dell’ex sovrintendente.
Danza, teatro, video nelle produzioni di Mortier hanno avuto la capacità di togliere all’opera quella patina contingente che rischiava di farne venire meno la classicità intesa come capacità di parlare al pubblico di ogni tempo e di ogni luogo: una mission impossible di cui gli autentici amanti dell’opera e, soprattutto, coloro che non avrebbero mai messo piede al Real, gli saranno sempre grati.
A.L.













