La fine della Transizione.

Che Juan Carlos abbia scelto il 2 giugno, festa della Repubblica italiana, per abdicare è certamente solo una delle tante suggestive coincidenze che la Storia offre ma è troppo ghiotta per non indurre a ricercarvi presagi sul futuro della monarchia spagnola.

Presagi che, soprattutto negli ultimi anni, hanno cominciato a trovare concreti riscontri nel dibattito pubblico e nelle piazze, complici, da un lato, il clima di esasperazione provocato dalla crisi economica e, dall’altro, gli scandali che hanno fustigato la famiglia reale.

E proprio nel giorno dell’annuncio della storica decisione, già comincia a parlarsi di referendum e vengono convocate da alcuni partiti manifestazioni a sostegno della repubblica.

Qualunque sia il futuro istituzionale della Spagna è comunque chiaro sin da ora che con l’uscita di scena del protagonista assoluto della transizione dalla dittatura alla democrazia, insieme al recentemente scomparso Adolfo Suarez, si chiude l’epoca iniziata con la morte di Franco e la designazione quale Capo dello Stato di quello che, nelle intenzioni del dittatore, avrebbe dovuto essere il suo continuatore.

Anche la prossimità dell’abdicazione con la scomparsa di Suarez pare carica di suggestioni, soprattutto alla luce delle rivelazioni contenute nel libro della giornalista Pilar Urbano, uscito in contemporanea con i funerali dell’ex Presidente del Consiglio, che rimettono in discussione l’immagine sino ad ora consegnata alla Storia e racchiusa nella foto del Re che abbraccia il suo ex primo ministro negli anni in cui questo era ormai divenuto assente a causa dell’Alzheimer. Le rivelazioni circostanziate sul rapporto che risulta essere stato quanto meno burrascoso tra i due e sull’effettivo ruolo avuto dal re nel fallito golpe del 23 febbraio 1981 che risulterebbe opposto rispetto a quello recepito nella vulgata, sono state solo l’ultimo, anche se forse quello più letale, dei colpi assestati al prestigio non solo personale ma anche istituzionale che il Re si era guadagnato proprio in funzione del ruolo di salvatore della democrazia accreditatogli in relazione a quei fatti.

Il sistema istituzionale ha poi ricevuto un altro scossone in esito alle elezioni europee, che ha probabilmente decretato la fine di quel bipartitismo che aveva segnato il vero inizio della democrazia spagnola.

Le motivazioni fornite dal Re nel suo discorso televisivo relativamente alla decisione che sarebbe stata presa al compimento del suo settantaseiesimo anno, lo scorso gennaio, fanno riferimento ad una sorta di “auto-rottamazione” in favore delle nuove generazioni cui apparterrebbe il suo successore Felipe. Ma non può sfuggire la ricorrenza del termine “errori” accostato a “limiti” che il monarca attribuisce genericamente al complesso della società ma spagnola pur risultando evidente che il richiamo è proprio a coloro che del governo di quella società hanno avuto la responsabilità, a partire dal massimo vertice.

Di questa lunga transizione rimane una successione regolata dalla Costituzione del 1978 e le cui modalità sono rimesse al Parlamento in modo ben diverso da come avvenne il 22 novembre 1975 per volontà di un dittatore che, volendo creare una cesura dinastica, non avrebbe immaginato che il legittimo pretendente al trono, Don Juan de Borbòn, padre di Juan Carlos, gli avrebbe scombinato i piani rinunciando ai suoi diritti in favore del figlio e permettendo così di riconciliare la nascente democrazia con la sua Storia.

A.L.

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