Gli spagnoli esorcizzano il separatismo andando al cinema.

Otto cognomi baschi, versione spagnola di Benvenuti al Nord prodotta da Telecinco, sbanca il botteghino e riesce a far ridere dell’ETA.

Otto cognomi baschi (Ocho apellidos vascos) pare essere il film dell’anno e si avvia ad essere uno dei maggiori successi della storia del cinema spagnolo.

Da oltre un mese in testa al box office, con più di trenta milioni di incassi e superati abbondantemente i 5 milioni di telespettatori, la commedia prodotta da Telecinco é una sorta di “Benvenuti al Nord” in salsa spagnola. Al di là di una traduzione letterale che poco dice al lettore italiano, Ocho apellidos vascos potrebbe essere meglio reso con un’espressione quale Quattro quarti di sangue basco, rappresentando otto cognomi due generazioni di ascendenti (genitori e nonni) baschi sia da parte maschile che femminile, poiché in Spagna ogni individuo porta sia il cognome paterno che materno. Insomma, il requisito essenziale per essere considerato un “vero” basco. E per tale cerca di farsi passare, facendo leva sull’immagine stereotipata e macchiettista del tipico abitante di quella regione, un cameriere sivigliano (interpretato dal malaghegno Dani Rovira) alla ricerca di un’”estremista” (la madrilena Clara Lago) di cui si era innamorato in circostanze rocambolesche.

Dopo essere stato in un primo momento sdegnosamente respinto, il ragazzo, vestito come il tipico “signorino” sivigliano con capelli imbrillantinati, viene “reclutato” dalla giovane basca, avvenente ma con un look tutt’altro che aggraziato, abbandonata dal futuro sposo pochi giorni prima del matrimonio, come sostituto di quest’ultimo per salvare la faccia di fronte all’ignaro padre di lei in un’esilarante messinscena.

Lui entra presto nella parte e, più per il timore di essere scoperto come odiato rappresentante della spagnolità che per adesione allo strampalato progetto della ragazza, tenta maldestramente di immedesimarsi sempre più nel ruolo di quello che lui crede essere un vero basco, fino a guidare manifestazioni - innocue -della “kale borroka”, ovvero della guerriglia urbana sorella minore dell’ETA.

Rispetto al capostipite francese del 2008 dei film che esorcizzano i pregiudizi Nord-Sud e che in Italia ha avuto due versioni con Claudio Bisio, il “clone” spagnolo, diretto da Emilio Martinez Lazaro, aggiunge quindi agli stereotipi presenti ogni Paese l’esorcismo nei confronti dell’ETA e di tutto ciò che ha comportato l’identificazione tra il fenomeno terroristico e la Regione del nord della Spagna.

Lo strepitoso successo del film acquista quindi una portata che va al di là del fenomeno di costume e dell’eccellente operazione di marketing della produzione, essendo portata per la prima volta sul grande schermo una questione tabù che fino ad ora aveva alimentato altri generi cinematografici ma che mettere in commedia sarebbe stato considerato sacrilego.

Una tale operazione che non poteva quindi che essere condotta in porto proprio da due autori baschi, Borja Cobeaga e Diego San José cui progetti simili erano sino ad ora stati scartati proprio per il timore di toccare i nervi scoperti della società spagnola in modo “blasfemo”.

La conferma di avere colto nel segno è peraltro arrivata proprio dai Paesi Baschi, dove i cinema sono stati presi d’assalto da un pubblico in cerca di alleviare, con la messa in mostra degli stereotipi, la pesante cappa scesa negli anni sulla comunità di quella regione della Spagna.

Happy end e rovesciamento delle parti, che vedono la basca andare alla ricerca del sivigliano nella città di quest’ultimo per coronare un amore finalmente corrisposto, completano la ricetta del successo che fa presagire un prossimo sequel nell’”indolente”Andalusia….

A.L.

FacebookTwitterGoogle+Condividi

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.