La Spagna verso le europee

Dopo un quinquennio che ha messo a dura prova la coesione continentale gli spagnoli sono chiamati, il 25 maggio prossimo, ad eleggere i loro 54 rappresentanti in Europa.

La data del 25 maggio, quando si terranno in Spagna le elezioni del Parlamento europeo, si avvicina. Per l’ottava volta dal 1979 si rinnoverà quindi l’assemblea parlamentare continentale il cui mandato quinquennale scadrà nel 2019. Per la Spagna sarà invece la settima volta, dal 1987, l’anno successivo cioè all’entrata dell’allora CEE in cui vennero eletti 60 deputati, sino alla scadenza del mandato, nel 1989, già in corso al momento dell’entrata in vigore del trattato di adesione, avvenuta il primo gennaio 1986. Era ancora un’Europa a 12 e lo sarebbe restata per quasi un decennio, sino all’ampliamento a 15, avvenuto nel 1995. Con un’affluenza del 68,52% il PSOE, il cui segretario era il Capo del Governo Felipe Gonzalez e la cui lista era capeggiata da Fernando Moràn, risultò il primo partito, aggiudicandosi 28 seggi, seguito da Alianza Popular, di Manuel Fraga, che ne conquistò 17. Per consentire la rappresentanza di Spagna e Portogallo, il numero totale dei componenti il Parlamento europeo fu ampliato, per la terza volta dalla sua nascita, portandolo da 434 a 518.

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, basti pensare ai Trattati di Maastricht, entrato in vigore 1993 e a quello di Schengen, che, nel 1995, ha abbattuto le frontiere, la sostituzione della peseta con l’euro nel 2002, l’allargamento ad Est nel 2004, fino al fallimento del progetto di costituzione europea ed all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona nel 2009. E poi la crisi, l’impennata del sino ad allora sconociuto spread, i salvataggi ed il rischio che il solco tra l’Europa del Sud e quella del Nord si ampliasse fino a diventare frattura.

Il 7 giugno 2009, a crisi iniziata, la Spagna eleggeva 50 deputati su 736 (diventati poi 54 a seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona), perdendo, in termini di peso all’interno dell’Assemblea, quasi 5 punti percentuali rispetto a vent’anni prima (6,79% contro 11,58%) a fronte di un crollo dell’affluenza alle urne di quasi 24 punti, attestata al 44, 90% appena al di sopra della media europea, franata al 43% rispetto a più del 58% registrato nelle elezioni sia del 1984 che del 1989. Il Partido Popular conseguiva 23 seggi, superando di misura il PSOE, all’epoca al governo guidato da Zapatero, che si fermava a 21.

Ed eccoci al 2014, che dovrebbe essere l’anno in cui si comincia ad intravvedere la luce in fondo al tunnel della crisi, in cui, in un’Europa a 28, gli spagnoli sono chiamati ad eleggere 54 europarlamentari su 751, ovvero il 7,19% del totale a fronte di un peso demografico del 9,1% circa, la rappresentanza più nutrita dietro a Germania (96), Francia (74), Regno Unito e Italia (73 ciascuno) e davanti alla Polonia (51). La grande novità di questa tornata consiste nell’obbligo per i partiti di indicare in anticipo rispetto alla campagna elettorale il proprio candidato alla presidenza della Commissione europea, rendendo quindi l’elettorato continentale più partecipe di tale scelta prima sostanzialmente in mano ai governi nazionali. Per il momento, risultano ufficializzate la candidature, da parte del PSE, dell’attuale Presidente del Parlamento europeo, il tedesco Martin Schulz, mentre il Partito della Sinistra Europea, nel suo congresso del dicembre scorso a Madrid, ha scelto il greco Tsipras leader di Syriza, coalizione della sinistra radicale ellenica. Nel PPE, attualmente principale gruppo parlamentare, il panorama dei potenziali sembra per ancora piuttosto affollato in vista del congresso di Dublino i prossimi 6 e 7 marzo, risultando comunque favorito il lussemburghese Jean-Claude Junker, già a capo dell’Eurogruppo, che dovrà vedersela con atri pezzi da novanta come l’attuale commissario al mercato interno Barnier.

Basteranno queste novità ad attirare gli spagnoli alle urne segnando un’inversione di tendenza rispetto all’astensionismo galoppante dell’ultimo ventennio?

A.L.

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