Muri che vanno, muri che vengono.

Chissà se, quando il Presidente della Generalitat catalana, Artur Màs, ha fissato la data del 9 novembre per quella che avrebbe dovuto essere la riproduzione continentale del referendum scozzese sull’indipendenza aveva presente che, proprio quel giorno, quest’anno si sarebbe celebrato il quarto di secolo di un’altra manifestazione di volontà popolare in cui, però, non essendo possibile ricorrere alle schede, si era stati costretti ad usare i picconi. Anche in quel caso si giocava sul filo dell’illegalità ma l’ambiguità era stata originata dal governo centrale che, con una dichiarazione sibillina e l’astensione delle forze dell’ordine, aveva dato il via a quell’ormai ineluttabile “referendum” sulla libertà.

O si sarà trattato invece della perfida ironia della Storia che ha fatto giungere a destinazione un disarmante messaggio in bottiglia, mettendo sotto gli occhi di tutti la contraddizione tra le celebrazioni per un muro che è caduto e quelle che ne invocano l’erezione di uno nuovo di zecca? Così, giusto per sottolineare una sorta di pari e patta a distanza di 25 anni, il persistere di un equilibrio universale nella partita delle divisioni frutto di una auto-compensazione che non teme distanze temporali e geografiche. Insomma, una sorta di mending wall di frostiana memoria che, cadendo d’inverno sotto la pressione della natura, viene costantemente ricostruito in primavera dall’uomo.

Si dirà che i due fatti non sono comparabili, nemmeno per coglierne la suggestiva coincidenza indulgendo alla cabala, così come non si era resistito a fare in occasione dell’abdicazione del primo Re della democrazia spagnola, annunciata proprio nel giorno della festa della Repubblica italiana.

E’ invece proprio l’ovvia sproporzione tra la portata storica e politica del simil-referendum catalano e la caduta del muro di Berlino che mette ancor più in risalto l’anacronismo e l’autolesionismo dell’assecondare l’istinto di divisione rispetto all’esigenza di unità.

C’è poi da chiedersi se Màs, nel fissare la data della “consultazione”, abbia tenuto conto del prevedibile protagonismo, sulle prime pagine della stampa internazionale, dell’anniversario della caduta della cortina di ferro rispetto alla versione iberica del referendum scozzese.

Eppure la Generalitat ha dato una grande importanza alla risonanza mondiale dell’iniziativa, creando una sorta di proprio servizio diplomatico (la Diplocat) e facendo fare gli annunci al proprio Presidente nelle principali lingue internazionali.

O, magari, ci si è voluti parare le spalle riguardo ad un malaugurato flop, come quello che ha visto recarsi alle urne solo il 32% (al referendum sul nuovo statuto catalano del 2006 la partecipazione era stata del 49,31%) di un corpo elettorale che sulla carta non è mai stato così ampio (comprendendo anche i cittadini tra i 16 e i 18 anni nonché gli stranieri con permesso di soggiorno) e che ha fatto raccogliere alla causa dell’indipendenza di gran lunga meno voti di quelli ottenuti appena due anni fa dall’insieme dei partiti politici che l’hanno promossa (poco più di 1 milione e mezzo contro quasi 2 milioni).

A.L.

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